In scena oggi e domani al Teatro alla Fontana a Milano, MS racconta la provincia veneta in un monologo viscerale, che vede protagonista un barista gay, intrappolato in una gabbia di omofobia interiorizzata e solitudine.
C’è qualcosa di irriducibile in MS: non cerca redenzione, non offre appigli facili, e soprattutto non chiede permesso. Nel solco di una tradizione che va da Carlo Goldoni a Giovanni Testori — ma attraversata da crepe contemporanee — la nuova drammaturgia di Mattia Favaro si muove come un corpo vivo, nervoso, impossibile da contenere. In scena, un barista della provincia veneta diventa detonatore di un monologo che è insieme confessione e attacco, ironia e ferita aperta.
Presentato all’interno di Welcome to ITACA al Teatro Fontana, lo spettacolo abita una terra di confine: geografica, emotiva, linguistica. Qui il Veneto non è cartolina ma retro, non è stereotipo ma accumulo di vite marginali che si fanno archetipo. Il risultato è un flusso ininterrotto che non concede tregua, dove la parola si incolla al corpo e la risata si incrina fino a diventare qualcos’altro — più scomodo, più vero.
Abbiamo chiesto al regista e l’attore di parlare di potere, sottrazione e corpi che non riescono a scappare questo è quello che ci hanno raccontato.

Intervista a Tommaso Franchin regista di SM
Questo spettacolo sembra oscillare continuamente tra crudeltà e ironia. Ti interessa di più ferire lo spettatore o sedurlo?
In generale non mi interessa mai ferire il pubblico, non vedo perché dovrei, stiamo già abbastanza male. Si potrebbe poi discutere sul reale potere del teatro di ferire, oggi. Non mi interessa però nemmeno sedurlo.
Sono entrambi esercizi di potere e non voglio che uno spettacolo sia esercitare potere su una persona. Preferisco dire che voglio stabilire un contatto, una relazione, un dialogo.
Se il pubblico si sentirà ferito, l’avrò fatto senza volerlo e sono sempre aperto a una discussione all’uscita del teatro. Se riusciremo ad aprire una finestra su un mondo di cui si parla poco, e se questa finestra aperta susciterà domande o avvicinerà empaticamente il pubblico alla fragilità del protagonista allora avremo raggiunto il nostro obiettivo.
Il Veneto che metti in scena è lontano da qualsiasi cartolina. Quanto c’è di autobiografico o di costruzione mitologica in questa provincia?
Non siamo lontani dalla cartolina, siamo il retro. Riguardo alla componente autobiografica credo che si possa riscontrare in una certa disillusione nell’affrontare le questioni della vita, tipicamente veneta.
Tutte le cose che racconta il barista sono storie vere, raccolte da Mattia dai suoi incontri, sono quindi eccessivi e spostati come la vita vera.

Al tempo stesso però non mi interessava, in questo testo (ma nemmeno in generale) la componente reale, quanto piuttosto il poter raccontare la vita delle persone ritenute ai margini.
Alcune delle persone citate le conosco anche io, per questo più che di mito, parlerei di archetipo: il barista, il fattone, gli operai, il sinto, il transessuale che muore, la lesbica butch, il veneto che va a venezia con la famiglia, l’uomo che cerca soddisfazione sessuale con altri uomini in maniera clandestina e violenta.
Il monologo è un flusso ininterrotto, quasi senza respiro. Hai lavorato più sulla sottrazione o sull’eccesso per renderlo così viscerale?
Decisamente in sottrazione, parte integrante della mia poetica è la ricerca della leggerezza, anche dove non c’è.
C’è un dialogo evidente con la tradizione, da Goldoni a Testori, ma anche una rottura. Dove senti di tradire consapevolmente quella linea?
Quando ho letto il testo per la prima volta non ho pensato alla rottura, ma alla naturale prosecuzione di un filone narrativo. Goldoni raccontava personaggi verosimili, comici proprio perché veri e riconosciuti dal pubblico.
Chiunque spenda in Veneto un po’ più tempo di un weekend a Venezia si renderà facilmente conto che Mirandolina o i rusteghi (o lo stesso Arlecchino) sono ancora vivi, plausibili e realistici.
Il personaggio del barista è uno di loro, che semplicemente non poteva essere raccontato nel 700 ma che ora ha pieno diritto di entrare tra questi personaggi.
La caratteristica marginale e violenta, il desiderio di redenzione, il suo essere in bilico tra disperazione e invocazione, e dunque la sua dimensione tragica ne fanno, forse, un parente dei personaggi testoriani (ma lo avvicinano anche a quelli Koltès o Fassbinder), sebbene la lingua, per quanto mantenga una dimensione di regionalismo, non è mai così instabile e a tratti di difficile comprensione come quella testoriana.

Intervista a Massimo Scola attore di SM
Il tuo personaggio non chiede empatia, la pretende. Come si evita di renderlo “piacevole” per restare invece nella sua scomodità?
Non cerco di renderlo simpatico, anche se all’inizio può sembrare che lo diventi. Il ritmo, l’assurdità, perfino una certa ironia aprono una porta al pubblico quasi un invito a volergli bene. Ma il punto è non tradire mai quello che racconta.
Io cerco di restare molto aderente al testo e alla concretezza delle situazioni: una vita fisicamente ed emotivamente faticosa, fatta di eccessi, di lavoro compulsivo, di notti senza tregua, di relazioni che non tengono.
Se quelle immagini restano vive e precise, la “piacevolezza” non regge: a un certo punto si incrina da sola. E quello che resta non è più simpatia, ma qualcosa di più scomodo una vicinanza che non consola.
Questo è un corpo intrappolato prima ancora che una voce. Hai lavorato più sul linguaggio o sulla fisicità per costruirlo?
Siamo partiti dalla fisicità. Anche perché lo spazio lo impone: questo tavolo è tutto il suo mondo, un confine che non si sposta. In qualche modo è una condanna all’inizio è quasi come se ci fosse inchiodato. Da lì ho lavorato sul peso del corpo.
Il mio è un corpo leggero, ma ho cercato di renderlo più gravoso, più consumato, come se la vita che racconta fatta di lavoro continuo, notti, eccessi gli restasse addosso.
E allo stesso tempo c’è una spinta opposta: il tentativo continuo di alleggerirsi, di scappare, di sollevarsi anche solo per un attimo. Questa tensione tra peso e fuga costruisce il personaggio più delle parole: la voce arriva dopo, come conseguenza.
L’ironia in MS è una forma di autodifesa. C’è un momento in cui smette di proteggerti e diventa pericolosa in scena?
Sì, finché resta ironia tiene insieme le cose: crea distanza, permette di sopravvivere a quello che racconta. Il problema è quando smette di essere uno scarto leggero e diventa qualcosa di più tagliente. A quel punto non protegge più: espone.
Verso il finale succede proprio questo. Quello che prima era un modo per stare al mondo si trasforma in sarcasmo, poi in attacco. E lì non colpisce più solo gli altri, ma anche lui stesso.
Non parlerei tanto di perdita di controllo, quanto di un punto in cui non riesce più a tornare indietro.
E la presenza della pistola rende questa deriva molto concreta, quasi inevitabile.
Porti in vita una solitudine molto riconoscibile ma raramente detta. Dopo ogni replica, ti senti svuotato o, paradossalmente, più pieno?
Entrambe le cose. C’è una stanchezza fisica evidente, ma soprattutto mentale: è come se il corpo e la testa attraversassero una quantità di esperienza che resta addosso.
Però, allo stesso tempo, qualcosa si rimette in ordine. Non parlerei di svuotamento, ma di una specie di riallineamento. Se mi sono preso cura di me, dopo, sento anche una forma di energia molto lucida come se la giornata ricominciasse da lì, con più presenza e meno rumore.


